Il disagio della civiltà
Cultura e Civiltà: Una possibilità ad essere “felici” una possibilità di “equilibrio”
di Sandra Lombardo, Benedetta Uda, Davide D’Alessandro, Caterina Santagati.
Passando dall’inadeguatezza delle istituzioni ai progressi nelle scienze con il loro clima nostalgico, ci siamo cimentati a rintracciare all’interno di questo capitolo, del Disagio della Civiltà, come la Bellezza, la pulizia e l’ordine possano mettere bene in evidenza un possibile spunto di civiltà dalle relazioni sociali alla libertà individuale.
Sandra Lombardo inizia il lavoro domandandosi come passando dall’inadeguatezza delle istituzioni ai progressi nelle scienze l’uomo possa aspirare alla felicità. Da secoli l’umanità si pone questo interrogativo a cui prova a dare una risposta, e così anche Freud, a partire dalle scoperte sulla natura umana che la psicoanalisi gli consente di fare, articola una risposta. Con questo scopo individua innanzitutto ciò che impedisce all’uomo di giungere a questa felicità, ciò che si mette di traverso alla ricerca della felicità che sembra accomunare gli uomini.
Delle tre fonti della sofferenza che Freud individua le prime due e cioè la natura e la sua forza dirompente, indomabile e la fragilità del nostro corpo sono fattori ineluttabili della condizione umana quindi l’unica cosa che resta da fare è una pacificante accettazione.
La terza fonte della sofferenza che riguarda le relazioni tra uomini e le istituzioni che le regolano, ciò che potremmo con Lacan chiamare Altro, è invece qualcosa per cui l’essere umano cerca una soluzione rispetto all’infelicità, alla sofferenza che esse procurano.
Ecco quindi che è la civiltà ad essere indicata come fonte della sofferenza, quella stessa civiltà che però, a ben vedere, si pone come argine, come mezzo per sfuggire alle fonti della infelicità umana.
Allora, alla maniera di un cortocircuito, sembra che risulti impossibile all’uomo essere felice, e Freud mostra passo passo le impasse in cui l’uomo si arresta mentre cerca di raggiungere tale felicità.
Le relazioni tra gli uomini, la civiltà che è l’istituzione che le regolamenta permettono all’uomo di trovare un importante punto di equilibrio tra necessità e pulsione e di guadagnare in sicurezza barattando però un po’ di libertà; potremmo allora pensare che un ritorno a civiltà primitive, ad una vita primitiva possa rappresentare una soluzione all’infelicità cui la civiltà condanna l’uomo: dovrebbero ridursi notevolmente, in un’ottica di semplificazione della vita, tutte quelle restrizioni a cui l’uomo sente di essere soggetto. Ma primitivo non significa vita più semplice.
In un modo simile potremmo considerare un’evidenza apparentemente paradossale: se la civiltà che tende a imporre restrizioni e frustrazioni in funzione della sicurezza è all’origine dell’infelicità, come si spiega ciò a cui assistiamo oggi, nella nostra epoca contemporanea, dove al diluirsi dei limiti e delle restrizioni non si accompagna un cambiamento nella soddisfazione dell’uomo, semplicemente non si è più felici?
Una considerazione da aggiungere riguarda anche il livello di innovazione tecnologica a cui siamo giunti come civiltà, i cui ambiti di applicazione e possibilità per l’umanità hanno raggiunto livelli impensabili fino a qualche decennio fa e ampliano enormemente le possibilità per l’uomo permettondogli di superare ostacoli e limiti sempre maggiori. Questo ad una prima considerazione appare come un passo avanti verso il raggiungimento della felicità.
Già Freud, invece, aveva notato come alle scoperte della tecnologia che permettono all’uomo sempre di più di dominare la natura e di far fronte alla fragilità del nostro organismo, due delle fonti dell’infelicità che grazie appunto al progresso della nostra civiltà risultano più sotto il controllo dell’uomo, non corrisponda una maggiore felicità per lo stesso.
Come in un girone senza via d’uscita, in modo paradossale, vediamo come il progresso di pari passo porti con sé una nuova serie di fonti di infelicità e sofferenza.
Come a dire che il progresso portando con sé benefici innegabili non è comunque di per sé stesso ciò che avvicina l’uomo alla felicità.
Il clima nostalgico nei progressi delle scienze, viene messo in evidenza da Benedetta Uda sottolineando che dopo aver individuato il filo tensivo su cui si muove l’uomo, che individua nella civiltà un mezzo per raggiungere la felicità e, al contempo, un vincolo ad essa, risulta interessante considerare l’atteggiamento nostalgico rispetto allo sviluppo della civiltà stessa.
Per farlo, è doveroso essere consapevoli dell’impossibilità nello sviluppare un’opinione pura, scevra dai condizionamenti e dalle logiche relazionali, emotive e ontologiche che derivano dall’abitare il proprio tempo. Guardare alle innovazioni e al progresso della civiltà partendo dalla contemporanea insoddisfazione derivante dalla stessa, impone l’esigenza di de-assolutizzare la propria prospettiva, inevitabilmente soggettiva, che non consente di comprendere appieno le implicazioni causali e consequenziali prodottesi. Dunque, ipotizzare una misura della felicità legata al livello di sviluppo raggiunto in passato, diviene un possibile diversivo rispetto all’incapacità di raggiungere la felicità nel proprio presente. Assumere uno sguardo nostalgico significa, allora, spostare l’idea di felicità, in un tempo-spazio inaccessibile – quello del passato – precludendo aprioristicamente la possibilità di soddisfare i desideri cui le tecniche, sempre più evolute, tentano di dare risposta.
Le tecniche e le scienze che, sin dagli albori, l’uomo ha messo in campo come espressione di dominio sulla natura e controllo della sua forza insoverchiabile e, parallelamente, le regole e le istituzioni sostanzianti la civiltà stessa nelle sue declinazioni sociali, hanno da sempre teso verso l’appagamento del bisogno intrinsecamente umano di felicità. La civiltà si costituisce per supportare e regolare lo sviluppo verso questo punto tensivo.
Sin dall’antichità, l’uomo ha proiettato sulle divinità l’irraggiungibile e il proibito, eleggendole a rappresentazioni ideali del compimento di felicità tanto ricercato, espresso nell’onnicomprensività – apparente - del soddisfacimento del desiderio. Le divinità sono state considerate, in sostanza, degli ideali di civiltà il cui modello ha sostenuto e orientato l’agire umano attraverso i secoli. Ecco, allora, che scienze e tecniche hanno avuto la funzione di sopperire allo scarto tra l’umano e il divino, manifestando ad ogni progresso fatto, tuttavia, l’impossibilità di adempiere al compito salvifico attribuite loro.
L’uomo tende a presupporre che tali ideali siano realizzabili integralmente e, per far sì che ciò avvenga, si rende, per dirlo con le parole di Freud, un dio-protesi. Questa condizione prevede l’estensione e amplificazione delle possibilità umane ma, nel tentativo di potenziarsi, l’individuo si deve scontrare con le ritorsioni che tali artifici generano: poiché non facenti parte della sua stessa natura, maggiori sono i benefici previsti, maggiori sono le complessità cui far fronte.
Questa prospettiva è costitutiva della civiltà stessa e la promessa di felicità suggerita attraversa tutte le epoche, al punto da far pensare che il possesso di tecniche inferiori in termini qualitativi e quantitativi sia stata garanzia di maggior felicità. Come Freud mette in luce, tuttavia, è lo spostamento di senso che diviene funambolico percorso dell’uomo, il quale oscilla tra la nostalgia di un passato idealizzato e la speranza verso un futuro riconciliatore, precludendosi la possibilità di afferrare la felicità nel presente. Questa inafferrabilità, tuttavia, è in un qualche modo riprodotta inesorabilmente dalla civiltà che sembra, in superficie, concorrere ad allontanare l’uomo dalla felicità stessa.
Davide D’Alessandro prosegue il lavoro rintracciando nella Bellezza, pulizia ed ordine: uno spunto di civiltà considerando come l’uomo, per Freud, ha tante pretese nei confronti della civiltà. Pretese di bellezza, di pulizia, di ordine. L’uomo accudisce e provvede a tutto ciò che gli è utile, oltre a usufruirne per difendersi contro le forze della natura. Cura i fiumi perché non straripino, cura il suolo, cura le ricchezze minerarie. Se i mezzi di comunicazione devono essere veloci e sicuri, gli animali selvatici vanno sterminati, favorendo l’allevamento di quelli domestici.
Ma l’industriosità e laboriosità degli uomini deve andare oltre il valore pratico, in modo da raggiungere la bellezza, curando aiuole fiorite, polmoni d’aria pulita, vasi di fiori alle finestre delle case. E con la bellezza, appunto, mostrare pulizia e ordine.
Una civiltà non è stimabile se presenta letame davanti la casa paterna di Shakespeare, a Stratford, o cartacce lungo i sentieri della Foresta viennese. La sporcizia, ogni genere di sporcizia, ci appare incompatibile con la civiltà. Così, anche il corpo umano deve tenersi pulito, tanto da erigere a metro di civiltà il consumo di sapone.
L’ordine è una sorta di coazione a ripetere, un atto che una volta stabilito e compiuto si ripropone per evitare esitazioni e indugi nella scelta. L’ordine aiuta l’uomo a gestire spazio e tempo, risparmiando forze psichiche. Avremmo desiderato che l’ordine fosse insito nell’umano sin dall’inizio, ma così non è stato, poiché l’uomo tende alla negligenza, alla irregolarità e dunque va faticosamente educato.
Nessuno sostiene che bellezza, pulizia e ordine abbiano la stessa importanza per la vita al pari del comando delle forze della natura, eppure non appaiono di scarsa rilevanza. La civiltà non persegue soltanto mete utilitaristiche, per cui bellezza, ordine e pulizia si impongono, fino a giungere al bisogno primario di igiene, probabilmente attivo molto prima dell’epoca della profilassi scientifica. Eppure, aggiunge Freud, l’utilità non spiega tutto. Ci dev’essere altro.
Riteniamo, ad esempio, che nulla dia il segno distintivo di una civiltà del fatto che coltivi le più alte attività psichiche, intellettuali, scientifiche, artistiche, senza trascurare il valore delle idee, tra queste i sistemi religiosi, le speculazioni filosofiche e le formazioni ideali degli uomini, come la rappresentazione di una possibile perfezione della singola persona, del popolo e dell’umanità intera.
La molla di ogni attività umana è l’aspirazione verso la convergenza di ciò che è utile e di ciò che è piacevole, ma le altre attività citate corrispondono a forti bisogni degli esseri umani. Freud raccomanda di non lasciarci fuorviare dai giudizi di valore su questo o quel sistema religioso o filosofico, su questo o quell’ideale. Sia che li vediamo come la più alta realizzazione dello spirito umano, sia che li stigmatizziamo, dobbiamo non solo prendere atto della loro presenza, ma ritenere che il loro predominio significhi un alto grado di civiltà.
Ed in fine Caterina Santagati si domanda come sia possibile rintracciare questo grado di civiltà percorrendo un tragitto del singolo che va dalle relazioni sociali alla libertà individuale.
Alla fine cos’è che ci dà misura di felicità? Cos’è che ci dà misura di una civiltà soddisfatta? O meglio perché tutta questa insoddisfazione nei riguardi della civiltà in cui si vive non trova mai un punto di arresto?
Forse bisogna riconsiderare come, e se, la realizzazione dello spirito umano corrisponderebbe veramente ad un alto grado di civiltà. Quale sarebbe, se è questo che stiamo cercando, il punto di equilibrio tra civiltà, cultura e realizzazione. Perché un alto grado di civiltà, così come ci viene indicato, dovrebbe essere la parte felice di ognuno di noi, la nostra parte di soddisfazione.
Credo sia lecito mettere bene in evidenza ciò che emerge dalla lettura di questo paragrafo del disagio della civiltà, e come Freud partendo proprio dalla cultura, considera e riflette su come e fino a che punto il sapere, l’innovazione, la scienza ci ritornano ciò che abbiamo perso nella semplicità del passato. Freud parte dal singolo per arrivare a comprendere le relazioni con gli altri, alle relazioni che rimandano ad un altro che allo stesso tempo regolano il rapporto con l’altro, con l’altro essere umano come membro di una famiglia di un gruppo sociale.
Questo perché Freud, alla fine del capito III considera come ultimo carattere distintivo di una civiltà il modo in cui sono regolate le relazioni sociali tra gli uomini, questa sua concezione rimanda a ciò che lui sostiene: “La sostituzione del potere della comunità al potere del singolo è il passo decisivo verso la civiltà”.
Questo, Freud lo spiga molto chiaramente sostenendo che chi fa parte di un gruppo, di una comunità sia essa famiglia o società è chiamato, anche senza vederlo in un primo momento, a porsi dei limiti; dei limiti che tutelano il singolo come facente parte del gruppo stesso. Dei limiti che danno giustizia al singolo normalizzando il gruppo. In un gruppo ci sono sempre delle regole che lo fanno funzionare. Così facendo ci si tutela dalla supremazia di un singolo su un altro. Il singolo non conosce le restrizioni non riesce a rientrare nel concetto di “giustizia”, il singolo non tiene conto della comunità non sa farlo in quanto rientra in una cultura di singola volontà . Freud sottolinea che il primo requisito della civiltà è proprio la giustizia, una giustizia che tutela tutti in uguale modo. Il singolo all’interno del gruppo deve mette in atto una rinuncia pulsionale.
Detto questo sembrerebbe che la libertà individuale non coincida con nessuna forma di civiltà. Ma sarebbe veramente questa l’indicazione di Freud?
Ma dobbiamo andare un po' oltre e ricordarci il periodo storico in cui viene scritto il Disagio della Civiltà, occorre contestualizzarlo. Era il periodo della conformità al movimento nazionalista, lo scenario era l’ascesa al potere di Hitler, il quale proclamava che i tedeschi dovessero scegliere il loro destino, superando la “debole” e “vecchia repubblica”. Hitler odiava gli ebrei, a suo avviso possessori di un potere occulto, che controllava l’alta finanza, la cultura, i giornali, le professioni liberali. In questo contesto sociale ciò che si fa sentire come libertà diventava dunque “ribellione” contro qualcosa che il potere ed anche la comunità stessa considera funzionale. Questa ribellione potrebbe dunque, risultare conciliante ad un’ulteriore avanzamento della civiltà, Infatti l’uomo non può cambiare la propria natura: “egli difenderà sempre la sua esigenza di libertà individuale contro il volere della massa”. ( S. Freud il disagio della civiltà pag. 586)
L’accomodamento tra le pretese individuali e quelle collettive, di cui parla Freud, è allora facilmente rintracciabile tra uno di quei problemi irrisolti dell’umanità. Allora la civiltà di cui si parlava prima?
Forse non è raggiungibile non rientra in un concetto di perfezione e standardizzazione, forse quel famoso equilibrio non si troverà. L’individuo felice lo ritrova nella libertà individuale o nella comunità e nel regolare le relazioni sociali?
Freud, in difesa della libertà individuale, sostiene che l’uomo per sopravvivere dunque deve spostare le condizioni del proprio soddisfacimento su altre vie, la definisce sublimazione. Dunque anche la società è costretta a subliminale definendo come suo presupposto il non soddisfacimento di potenti pulsioni. Freud qui parla di “frustrazione civile” e la difficoltà che tale frustrazione mette in atto generando la famosa ostilità, ostilità contro cui tutte le civiltà devono combattere.
Il lavoro di Freud si complica in quanto non è facile capire come si possa privare una pulsione del suo soddisfacimento. Nella misura in cui questa privazione impossibile avviene, si genera in modo inarrestabile il conflitto.
In conclusione quindi la libertà individuale genera una possibile mancanza di giustizia, la repressione di alcune pulsioni che regolano il soddisfacimento rimane impossibile sia nel singolo sia nella società. La sublimazione è possibile ma non sempre attuabile e come conseguenza di una non soddisfazione delle pulsioni si ha l’ostilità che si genera condiziona e determina la comunità. Il singolo diventa poco funzionale alla civiltà così come la società diventa poco funzionale alla soddisfazione del singolo.
Dunque da cosa avrà origine l’evoluzione civile?