Psicoterapia - Psicoanalisi

Clinica

La pratica clinica: dall’urgenza della domanda all’unicità del desiderio

Una breve presentazione del passaggio dalla domanda urgente al lavoro singolare sul desiderio.

Caterina Santagati

La pratica clinica: “dall’urgenza della domanda all’unicità del desiderio”

Psicomed -Spring School 2025 -

Copertina dell’approfondimento La pratica clinica
“La clinica psicoanalitica deve consistere non soltanto nell’interrogare l’analisi ma anche nell’interrogare gli analisti, affinché si rendano conto di quanto rischio ci sia nella loro pratica, tanto da giustificare che sia esistito Freud. La clinica psicoanalitica deve aiutarci a realizzare l’esperienza freudiana. È un’elucubrazione di Freud. A questo ho collaborato.”
J. Lacan – apertura della sezione clinica, Parigi, 5 gennaio 1977

Vorrei iniziare il mio l’intervento proponendovi alcune personali considerazioni proprio rispetto all’urgenza della domanda d’aiuto, dalla quale, mi riferisco sempre all’urgenza, spesso il soggetto è sopraffatto e con la quale il soggetto in sofferenza giungendo nei nostri studi, ci chiede una risposta, una risposta che possa alleviare e perché no risolvere il suo dolore considerando la sua domanda d’aiuto il perno attorno al quale si avvita la sua stessa vita e dunque il reale motivo del suo interrogarsi sulla vita. Questo interrogarsi è già qualcosa che ci dice che la vita vuole migliorarsi, ma ciò non è sufficientemente esaustivo al fine della risoluzione dell’angoscia prodotta da ciò che fa sintomo, dove per sintomo mi riferisco al sintomo propriamente freudiano. “Il sintomo che sarebbe segno e sostituto di un soddisfacimento pulsionale che è mancato, sarebbe un risultato del processo di rimozione ….. quale formazione inconscia." L’interrogarsi sulla propria vita è sicuramente un voler migliorare la propria condizione di vita ma il soggetto che domanda, quindi che si interroga non sa bene cosa sta domandando. Il soggetto non è dove si pensa e dunque non domanda ciò che pensa di desiderare, non si domanda sul suo sintomo quale formazione inconscia. Il sapere psicoanalitico lo dovrebbe portare ad allontanarsi dalla sua domanda, il soggetto non sa cosa ci sia di vero dietro la sua domanda, appunto si domanda e ci domanda al fine di migliorare la propria vita nella misura in cui non sa che il suo domandarsi non lo porterà alle risposte che lui crede, quelle risposte ricche di sapere e di risoluzione rispetto a ciò che deve fere, dire o imporsi.

L’analista non risponde da quella posizione, la risposta dell’analista non ha a che fare con una risposta alla domanda d’aiuto. L’analista non starà mai nel ruolo di padrone ma casomai in una posizione sovversiva del padrone, non domanda e non risponde alla domanda ansi disattiva la domanda proprio per generare il desiderio del soggetto dell’inconscio. Bisogna sempre considerare che la domanda di chi soffre è sempre una domanda d’aiuto da parte di un soggetto “primitivo” così come lo definisce Licitra, cioè un “soggetto non ancora parlante”. La domanda è rivolta a qualcuno che è in una posizione di sapere, perché il soggetto, sempre per così dire “primitivo”, vuole stare meglio, vuole capire cosa non va, quindi si rivolge a colui che accoglie, domanda, ad un altro che presumibilmente sa. Poi sarà l’analista a decidere del destino di questa domanda.

“Con la domanda siamo dunque ad uno stadio ancora informe, correlativo di quello che sopra abbiamo chiamato soggetto primitivo. Il soggetto a questo stadio è il soggetto del bisogno, o più esattamente il soggetto che esprime il suo bisogno nella domanda”

Il terapeuta può aprire e rimanere nella via della psicoterapia, anche perché, in effetti, all’inizio psicoterapia e psicoanalisi potrebbero essere sovrapponibili, cosi come si può vedere al primo livello del grafo del desiderio di Lacan. Dunque lo psicoterapeuta potrebbe dirigere il soggetto avvalendosi di un potere suggestivo, senza rinunciare a formulare o fornire indicazioni, non dando così spazio al processo di soggettivazione. “Da questo punto di vista (le psicoterapie) sono tutte terapie dell’immagine di sé e possiamo dire che sono tutte fondate su quello che Lacan chiamala fase dello specchio. Si tratta di restituire all’Io le sue funzioni di sintesi e di padronanza, sotto l’occhio del padrone, del maitre, che svolge il ruolo di modello.”

L’analista si deve porre nell’ ascolto della dimensione soggettiva e per farlo deve rinunciare a dirigere il paziente. E’ questa via che permetterà al soggetto di accostarsi alla questione del proprio desiderio scoprendo in definitiva che non c’è nell’Altro un significante che possa rispondere alla sua questione e che tutto è racchiuso dentro una sofferenza soggettiva. Insomma si deve decidere se come analista si rinuncia al potere della suggestione a favore, di quello che Lacan chiama: “Desiderio dell’analista”.

Il Desiderio dell’analista diventa dunque un punto cardine da riallacciare insieme al concetto che dell’analisi si sà come si inizia ma non si sa come va a finire. Infatti il desiderio dell’analista non deve mirare alla guarigione, ma ciò che interessa è fare emergere l’unicità del soggetto dell’inconscio.

Il pz è incoraggiato a far procedere il proprio discorso procedere senza trattenersi e senza vergogna, anzi la vergogna, in analisi, diventa un punto di forza. L’analista, da parte sua, deve selezionare non deve registrare tutto ciò che il pz porta.

Ascoltare le vite che si raccontano in silenzio è, così come ci insegna Lacan: “tacere l’amore” l’analista non giudica, è un amore che non ricatta. Non si misura il valore delle vite, tacere l’amore è l’assenza di domanda non bisogna avere aspettative sui pazienti, l’analisi si posa su di un asse simbolico. Si cadrebbe nelle difficoltà prima citate, soffocando la soggettività qualora ciò non avvenisse. L’apparente silenzio dell’analista è sostenuto dal desiderio dell’analista, il fare “il morto”, così come ci spiega Lacan, è sostenuto dal desiderio di mette in primo piano la parola del soggetto. La parola del soggetto è sempre la parola che proviene da un S/ e che bussa alla porta dell’analista con una domanda nella quale, bisogna fare attenzione, non si ritrova il desiderio del soggetto. Ma bisogna farla progredire, sempre la domanda, verso il soggetto dell’inconscio. Questo può avvenire solo ponendosi come colui che causa il desiderio e non come colui che risponde al desiderio del soggetto, appunto facendo il “morto” nel luogo dell’immaginario, solo così l’analista può scoprire da dove parla il soggetto. Potendo così prevedere una direzione della cura. Ed è proprio qui che l’analista non deve fare “ il morto”.

In altri termini, l’errore è concepire il desiderio come qualcosa che il soggetto domanda, come qualcosa a cui rispondere nella misura in cui bisogna, tramite la cura con la parola, arrivare al suo appagamento. Il desiderio, oramai è chiaro, non è nell’enunciato cosciente del soggetto non è quello espresso nella domanda; l’oggetto del desiderio non può essere enunciato o domandato, ottenuto o rifiutato: l’oggetto del desiderio non é quello del bisogno né quello della domanda. Domando una cosa ne desidero un’altra.

“Nell’analisi ogni risposta alla domanda, si voglia frustrante o gratificante, riporta il transfert alla suggestione” così come troviamo scritto da Lacan in “La direzione della cura a i principî del suo potere, negli Scritti a p. 631.

La questione del soggetto è una questione spinosa, complessa, un rebus.

Un’ analisi non può avere come mira primaria la cura ma mira al fuori-senso a svelare il rebus, a mettere a nudo un nuovo sapere sul proprio modo di godimento costituito dal linguaggio, portando il soggetto ad una nuova alleanza con la propria pulsione.

Ma allora “come iniziano le analisi? … Cominciano nelle lacrime o nel riso, nella difficoltà e talvolta nell’urgenza del panico.” Un’ urgenza che porta il soggetto negli studi degli psicoanalisti ma che allo stesso modo nasconde ciò che realmente il soggetto stesso è. Infatti il momento della vera entrata in analisi, possiamo inquadrarlo quando inizia la rettifica soggettiva, cioè quando il soggetto comincia a capire di essere intimamente e soggettivamente implicato col sintomo di cui si lamenta, il sintomo per il quale ha domandato aiuto, ma che non è più nell’ordine della consapevolezza. Adesso il soggetto stesso ne riconosce la sua condizione inconscia. Di non facile accesso e risoluzione così come pensava. Questa rettifica comporta un cedimento di una parte di godimento del sintomo ed è proprio attorno a questa perdita che si articolerà l’analisi e il desiderio del soggetto. E’ questo che possiamo rintracciare nella psicoanalisi.

Con la psicoanalisi ci occupiamo dunque di trattare il desiderio. Il lavoro in analisi è un dispiegarsi del soggetto dell’inconscio e del suo desiderio inconscio e noi studiosi della psicoanalisi sappiamo bene che non si ha accesso all’inconscio, appunto per questo si chiama “inconscio” ma l’unica cosa che un analista lacaniano sa è il fondamento su cui Lacan poggia la sua teoria cioè che l’inconscio è strutturato come il linguaggio (Lacan seminario XI), quindi ha una sua logica che va rintracciata attraverso la pratica dell’analisi. La logica a cui ci si riferisce non è la logica comune di facile accesso, non è una logica alla quale basta l’ordine del sapere. Riallacciandoci all’ urgenza della domanda di aiuto, molti pz giungono da noi già con delle interpretazioni, eppure continuano ad avere i sintomi e l’angoscia, continuano a venire nei nostri studi pur avendo fatto delle loro interpretazioni e delle loro deduzioni. Il soggetto chiede conferma del suo sapere sta poi al lavoro dell’analisi destrutturare il sapere per arrivare al vuoto di sapere del pz e progredire verso il soggetto dell’inconscio. Bisogna partire dalla “definizione di psicoanalisi come trattamento della sfera psichica nel concreto di alcune sue manifestazioni.” Così come la inquadra Licitra nel suo testo di lettura al Seminario VI, la psicoanalisi come trattamento della sfera psichica che ha come oggetto, in primo luogo le puntuali formazioni dell’inconscio: sogno, lapsus e motto di spirito, in secondo luogo ha come oggetto i sintomi e in fine si occupa delle strutture patologiche del soggetto così come abbiamo già visto in Freud a partire dal testo neuropsicosi da difesa. Questi fenomeni, oggetti della psicoanalisi hanno tutti un fattore comune, così come scrive Licitra: “Il desiderio”.

Ora è un po' più chiaro del perché la psicoanalisi si riferisce ad una unicità del desiderio del soggetto.

Risulta ora fondamentale un richiamo all’assunto di base di Lacan: l’inconscio è strutturato come il linguaggio. Dobbiamo osservare che a questo livello, all’interno del linguaggio l’inconscio può diventare leggibile, leggibile in quanto è strutturato come il linguaggio sta a delle regole, ad ha una struttura. Per comprendere il desiderio dobbiamo aver chiaro che il soggetto è immerso in una struttura che lo predetermina, struttura che Lacan chiama Altro: il desiderio dell’Altro.

L’Altro come campo del linguaggio entro le cui leggi si trova il soggetto; è una rappresentazione necessaria a dimostrare la dipendenza dell’uomo alla struttura dell’Altro. Il soggetto si trova all’interno di questo ancor prima della sua nascita. L’Altro agisce quindi sul bambino ancora prima che egli possa interagire con la madre, a causa delle leggi che anticipano la sua nascita.

Gli psicoanalisti trattano l’essere parlante o meglio il parlessere, in quanto sappiamo che per Lacan, nel suo ultimo insegnamento, il termine esatto per nominare l’inconscio Freudiano è: “parlessere” dove appunto la parola viene prima dell’essere. Dunque gli psicoanalisti, trattando il parlessere, non possono oggi rimanere indifferenti a questa evoluzione nella misura in cui, in analisi, si tratta una parola che determina un godimento che supera il soggetto stesso. Questo godimento lo induce, lo guida, lo infantilizza, lo imbroglia, lo inibisce e lo angoscia. Questo è anche il valore di ciò che il soggetto ha di più reale: il suo sintomo.

La psicoanalisi considera un soggetto che va oltre al soggetto della certezza cartesiana. L’Inconscio ci porta ad un soggetto non trasparente a se stesso: L’ S\ il soggetto diviso.

Nel procedere dell’analisi si scopre il posto da cui il soggetto parla, la certezza e l’urgenza della domanda allora vengono se così si può dire: aggredite.

Avviene una risistemazione della dimensione dell’inconscio, emerge un nuovo disagio. Questo è il compito che spetta alla psicoanalisi: riconsegnare il sintomo da segno di qualcosa che non va ad un reale che è refrattario al simbolico e che si ripete. La causa di questa ripetizione Lacan la chiama appunto godimento.

Dunque la psicoanalisi mette in luce il dato fondamentale prima nominato della dipendenza radicale dell’uomo dal linguaggio e la “soggettività risultante dalla condizione dell’uomo di essere assoggettato al linguaggio – assoggettato volente o nolente, e ben al di là di quanto egli possa esserne consapevole – è assolutamente da distinguersi dalla soggettività immanente alla sensibilità, cioè alla soggettività” ad un livello primordiale di richiesta di soddisfacimento di un bisogno.

Andando verso la singolarità di ognuno di noi dobbiamo dire che la soggettività è caratterizzata dal desiderio, dal desiderio che non è sempre così di facile accesso e soprattutto un desiderio che mette in difficoltà il soggetto sia nell’individuarlo sia nel farsi causare.

Questo mette in evidenza che il desiderio è inconscio ed inoltre che viene dall’Altro ed in più è diretto all’altro. Il desiderio, rimanendo sempre sulla base di una logica Hegeliana, non è altro che il desiderio del desiderio dell’Altro. Andando ancora più affondo, dell’Altro non desidero un oggetto, non ho desiderio di qualcosa dell’altro ma desidero di essere desiderato, di essere dunque la mancanza dell’Altro. Desidero il suo desiderio.

Il desiderio è vincolato all’altro, dunque si “soddisfa”, se mai si può parlare di soddisfazione, e ancora di più si genera solo attraverso l’altro. Così come la parola si “soddisfa” solo attraverso l’ascolto dell’altro, il desiderio si “soddisfa” e si genera solo essendo desiderato dall’altro. Dunque il desiderio si soddisfa solo col desiderio stesso non con qualcosa, non con un oggetto.

Rifacendoci alla singolarità e quindi alla soggettività prodotta, si soddisfa e si genera il desiderio solo se si ha un appagamento simbolico cioè se ci si sente riconosciuti dall’altro non appagati nel bisogno, la domanda non è, come può sembrare una domanda di bisogno ma, è una domanda di riconoscimento. Il punto di soddisfazione è: voglio essere per te qualcosa, voglio avere per te un valore. Il bisogno ha una soddisfazione unidirezionale il desiderio ha bisogno della reciprocità.

Freud nell’ Interpretazione dei sogni pone il desiderio come qualcosa di indistruttibile, che ci chiama sempre nella stessa direzione e dalla stessa direzione. Bisogna essere fedele a questa direzione, solo così la vita sarà generativa, altrimenti sarà vita priva di vita.

Basta pensare alla clinica delle depressioni, ai pazienti che giungono nei nostri studi e che con frasi emblematiche ci dicono tanto sulla sofferenza del proprio desiderio.

Dunque quando il desiderio è in sofferenza, avviene un disancoramento della soggettività, c’è un’inibizione in senso freudiano, un’inibizione che determina un sintomo.

Il dire del paziente è un dire smarrito, svilito, senza riferimenti, un dire che porta alla ricerca di una guida. Non è più un dire che domanda ma è un dire che rimanda ad un soggetto dell’inconscio.

Questo dire può trovare fondamento solo nel cammino del soggetto verso la propria verità, anche se apparentemente impossibile e indicibile, bisogna avviare il riconoscimento del desiderio, questo punto di riconoscimento, quindi il riconoscimento del desiderio del soggetto appartiene all’ordine del desiderio dell’analista, mentre il desiderio di riconoscimento appartiene alla domanda del paziente.

Per chiudere cito Lacan durante l’apertura della sezione clinica il 5 gennaio del 1977 a Parigi: «La clinica psicoanalitica deve consistere non soltanto nell’interrogare l’analisi ma anche nell’interrogare gli analisti,

affinché si rendano conto di quanto rischio ci sia nella loro pratica, tanto da giustificare che sia esistito Freud. La clinica psicoanalitica deve aiutarci a realizzare l’esperienza freudiana. E’ un’elucubrazione di Freud. A questo ho collaborato.

Note

  1. S.Freud,Opere X, Inibizione, sintomo e angoscia e altri scritti, 1924-1929, Bollati Boringhieri, pag. 41
  2. Carmelo Licitra Rosa, La luce del logos negli abissi del desiderio” alpes, Roma 2015,p 25
  3. J. – A. Miller, Psicoterapia e psicoanalisi, in atti del convegno su Psicoterapia e psicoanalisi, Astrolabio, Roma 1992, pp 27-28
  4. J.-A. Miller, I Paradigmi del Godimento, Astrolabio, Roma
  5. Carmelo Licitra Rosa, “La luce del logos negli abissi del desiderio” alpes, Roma 2015,p 1
  6. Ibidem, pg 8
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